FiocoTram

   

Il meraviglioso blog dei refusi©

 

Utente: FiocoTram
Nome: Macchinista Ferroviere

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Questo blog non rappresenta una testata giornalistica.
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mercoledì, 01 luglio 2009
 

L'uomo che parlava con Dio

Pensò che se quattro persone fanno una casa, cento persone fanno un quartiere, e quindi una pentola di pasta che bolle non basta più per tutti. Ci sono finestre che diffondono un profumo corposo e dolciastro, e finestre che puzzano di morte. Se cento persone fanno un quartiere, mille persone fanno un esercito, e allora ci sarà sempre un modo per mandarlo a combattere da qualche parte, in nome di chissà quale slogan . Per cui  iniziò a  concentrarsi, a sottrarre dalla sua mente, poco alla volta, l'idea che aveva degli uomini. L'amore ci salverà, dicevano i cantanti... e poi ti portavano via la fidanzata, la sorella, e forse pure la mamma. Poi c'era l'amore di Dio. "Dammi un uomo e una donna, e avrai una famiglia. Dammi un uomo completamente solo, e avrai un santo". Le canzoni religiose assomigliano a quelle d'amore. Entrambe nascono davanti alla finestra, davanti alla Luna e alle stelle. Raramente in compagnia di qualcuno. Camminando e pensando a queste cose, giunse nei pressi di una grotta. Ogni volta che congiungeva le mani e parlava con Dio, la grotta deglutiva. La gola di roccia e buio lo faceva scivolare sempre più. Ogni volta che parlava con Dio, voltava le spalle al villaggio, all'incerta possibilità di  incamminarsi e vagare nei boschi fino all'alba, spaventato dalle voci degli animali e dei fantasmi, fino all'alba. E poi, in piedi di fronte a una quercia, avrebbe incontrato un boscaiolo. L'avrebbe aiutato a trasportare la legna fino alla capanna. Ci sarebbe stato latte caldo e un pezzo di pane e burro per colazione.
Voltò le spalle a tutto questo, e cominciò invece a parlare con Dio.
Gli angeli vagavano come avvoltoi intorno alla sua testa.


Passarono le stagioni. Le sue ossa vennero ritrovate, conficcate nel cuore di pietra della grotta.
Lo chiamarono "il santo". Presero le ossa come una benedizione, le portarono al villaggio, la gente cominciò a sentirsi bene. A guarire. A innamorarsi.
 Adesso che c'erano le ossa del santo a proteggere il villaggio, tutti si sentivano felici, pieni di speranza.

Organizzarono una grande festa, la prima dopo svariati anni.
La notte delle celebrazioni i fuochi d'artificio infiammarono coi loro disegni fioriti il cielo.
Le preghiere salirono alle stelle, fino a dissolversi nello spazio.


lunedì, 29 giugno 2009
 

Al parco

La fontanella zampilla e sciaborda.
Piccole perle si sciolgono nell'aria.
Silenzio ricoperto di grilli.
Le altalene si muovono leggere, seguendo il proprio vento.
Galleggiano dentro lo sguardo.
L'erba accarezza il torpore.
Sfiora il viso, e tutte quelle cose che di solito rimangono coperte.
Perché non è ancora il momento, perché non lo sarà mai, perché chissà.
Dalle tasche sformate cade un mazzo di carte da gioco.
Si affustellano sopra il tavolo di terra, insetti ed erba.
L'imperatore, l'imperatrice.
Il bagatto che gioca con le sue offerte, mescendo liquidi invisibili.
Scappa via una macchia.
Il disegno si allaga. Si allarga, come un urlo.
Macchia nera. Gocce sprizzate sulle foglie, accarezzano le nervature.
Danzano a precipizio, verso le labbra.


giovedì, 25 giugno 2009
 

Non cercherò di convincere nessuno...

...che quello sulle mie mani sia calore argentato di Luna, rarefatto e lucente, ma lo sento. Non penso di aver mai capito, ho soltanto contemplato. La via per la consapevolezza preferivo schivarla, come quando, da piccolo, dicevo al maestro di ginnastica che non aveva senso saltare la staccionata, se potevo girarci intorno.
Il punto è che poi, o girando, o saltando, arrivavo lo stesso dove dovevo essere, insieme con gli altri. Non mi sentivo certo più furbo, dopo aver rinunciato alla mia dose di adrenalina. Amo l'incertezza, senza capirla. Come bambini troppo teneri e belli per non sgretolarmi in mille inutili poesie. I momenti bianchi sono più forti di un incantesimo gridato con voce stentorea, perché lo sguardo si focalizza sul bianco, cioè sul niente. Per questo rimane spazio solo per te. Per la tua realtà. Per il desiderio. Tu diventi il desiderio. E' questa la magia, e la stai compiendo. Tu sei la magia, e ti stanno guardando. A me invece rimaneva quell'unico riflesso, cercato in mille osterie.  Ritenzione ed accumulo, oppure, giusto per semplificare: merda. Poco importa se dentro o fuori. Anche questa è contemplazione. Anche questo è lo sguardo del vampiro, che spalanca la bocca e trascina nel maelstrom i tuoi ultimi respiri di vita. E tutto per guardare un fottuto riflesso che saltellava attorno ai miei passi. Quando la pioggia batte lenta e costante sui vetri, sulla grondaia. Quando striscia e si insinua nelle crepe del muro. Quando lo stillicidio diventa l'unica musica. In quei momenti in cui vorrei uscire. C'è soltanto un passo che mi trattiene dal contemplare le spire dell'inferno. E' per quel passo, per quell'unico, piccolo, vorace morso consumato attorno alla distanza, che le mie dita si muovono, e sono qui, ora. Momento bianco. Desiderio.
Calore argentato di Luna, rarefatto e lucente.
postato da FiocoTram | 25/06/2009 03:02 | commenti
boh mah forse


giovedì, 18 giugno 2009
 

Il sogno della ragione

Tutti quanti diamo per scontato che i nostri sensi siano in grado di vedere una mela, di analizzarla, di comunicarci che è gustosa, che possiamo mangiarla. 
Ma per quale motivo non riusciamo invece ad accettare che gli stessi sensi, nel bel mezzo di una sera tranquilla, analizzando in modo diverso il solito ambiente della nostra stanzetta possano  comunicarci informazioni totalmente diverse?
Eppure,  si potrebbe obiettare, nulla nella stanza è stato spostato o modificato, tanto che potresti indovinare la collocazione di ogni oggetto, al tatto, nel buio più completo. E' il posto in cui dovresti sentirti più sicuro, in cui nulla dovrebbe minacciarti.
Ma a volte non è così. A volte la tranquillità si spezza.
Magari è colpa di qualche elemento, non per forza importante, che si è spostato impercettibilmente, distruggendo ogni equilibrio. Magari è soltanto un'unica cosa sbagliata, a cui hai soltanto fatto finta di abituarti, e che invece continua a far male. Altre volte proviene da qualcuno che viene a trovarti, che ti abbraccia, proprio nell'esatto istante in cui ti rendi conto che non è la persona giusta.
Nella maggior parte dei casi però non è colpa di fattori esterni.
La dissonanza ha il suo epicentro  proprio in noi stessi.
Qualcosa, durante la giornata, penetra nella tua essenza, e innesca il germe del cambiamento. Tutto ciò che prima consideravi scontato, normale, rasserenante, entra improvvisamente in disarmonia con il tuo sguardo. Perfino il più piccolo frammento viene reinterpretato, rimesso in discussione, perfino ridicolizzato, dall'evoluzione di quel tuo piccolo pensiero, che si espande fino a ramificarsi, in modo sempre più imprevedibile.
Questi mutamenti di prospettiva possono verificarsi decine di volte in una giornata, tante quante sono le esperienze vissute. Il fatto che si tenda a non dare troppo peso a certe sensazioni,  a certe isolate esperienze, a qualche frase, a immagini frammentate, perché si pensa di avere troppo poco tempo e troppe esigenze immediate da soddisfare, non significa che tutto ciò non continui ad accadere. A macinare e rimestare lentamente, sottocoperta. A produrre effetti.



lunedì, 15 giugno 2009
 

Ha la pretesa di lasciare accadere le Rose

Quando si alza dal letto, scaglia sempre il cuore al di là della finestra, verso la breve linea d'orizzonte che delimita il giardino. Rimane a guardare i granelli di terriccio, innaffia, raccoglie, ripulisce, scaccia via i parassiti. Indugia con una carezza, scostando via perle di rugiada dalle foglie. Si gira e si rigira nel letto, sogna quell'incertezza. A volte gli pare di vederla, dietro la Luna. Scomposta e sorridente.  E intanto, nel mondo: le guerre, le donne nude in bicicletta, le balene soffritte dall'acqua radioattiva, la preoccupazione collettiva per i bodybuilder troppo caramellati.
Allora cosa resta? Sognare educatamente il futuro, mentre il presente fa la voce grossa. Difenderlo dal veleno della malinconia, di quelle luci da ospedale, ripulite perfino dalla disperazione. Metterlo assieme con pezzi colorati e bizzarri, decorati di pause e silenzi. Un linguaggio monco, che vorrebbe intrecciarsi, ma rimane aggrovigliato dentro sé stesso. Finché la stretta non fa più male, e inizia a rilasciare un pietoso piacere narcotico. Ha la pretesa di lasciare accadere le Rose. E prima o poi verranno, con quei petali a spirale, che accentrano lo spazio in un risucchio dolce, come le canzoni delle sirene. Prima o poi. A voi rimarranno  sequenze, catene, incroci di disegni, e segni divini, in cui sistemare i vostri significati di senso incompiuto.
E lui, finalmente, avrà le Rose.
Nello spazio bianco tra un'immagine e l'altra, vi prego, lasciatelo svanire così.


domenica, 14 giugno 2009
 

All'alba non ci sono i vampiri, però non mancano i cani

C'è uno spazio che viene dopo la notte, e sta prima del mattino. C'è chi lascia in eredità i bicchieri da cocktail nei posti più strani: sui muretti di pietra, dietro i cespugli, davanti alle vetrinette dei negozi. Una volta si diceva che quando un ragazzo fa finta di dimenticarsi il bicchiere di fronte a una ragazza, significa che sta cercando una scusa per provarci con lei. Dalla posizione del bicchierone Bacardi, collocato proprio accanto alla vetrina dell'ottico, ipotizzo che l'ex cliente volesse scoparsi la modella del cartellone dei Ray Ban. Il riflesso dei cestini della spazzatura, a pochi metri dalla vetrina, rimane a bocca aperta. Gli do da mangiare il bicchiere, e nemmeno mi ringrazia. Ci vorrebbe Andersen per dare vita a certe cose, non prendetevela con me.
Dentro il laboratorio del panettiere iniziano a pastrugnare rumori misteriosi. Odori mistici si diffondono: non tutto ciò che è artificiale, o artificioso, è poi così male. Soprattutto al cioccolato. Si alzano i baristi, in un tintinnare di tazze e cucchiaini. I parchi pubblici sono già aperti.  Puoi dondolare sulle altalene, accarezzare le panchine. Puoi bere quanto ti pare  l'acqua alla fontanella, rimanendo a testa in già mentre un getto freddo ti accarezza la lingua. Puoi osservare la superficie del bacile, cosparsa di mosaici azzurri, in cui la ruggine e il muschio creano strani sbalzi di colore.
Sono un fantasma dal passo pesante, che passa dalla porta di Dio senza salutare.
Qualche minuto più tardi, gli angeli si alzano incazzati, in un turbinio di piume e nuvole, coi ricci tutti a molla.

"Chi cazzo è che si frega sempre il giornale?".